Per causa di "eterna attualità", ripropongo l'articolo già pubblicato a suo tempo (giugno 2008) su un mio blog che è scomparso qualche mese fa. Ricordo che Rete 4 trasmette sulle frequenze che in realtà sono state concesse ad un editore che si chiama Francesco Di Stefano. L'emittente di questo signore si dovrebbe chiamare Europa 7. Per questo motivo sono nate delle controversie tra Di Stefano e Mediaset, e Di Stefano e lo Stato Italiano. Nell'articolo si spiega quando e come Francesco Di Stefano ottenne le frequenze che Rete 4 non volle liberare.
Una cosa ancora: quando Di Stefano, nonostante le cause vinte, rivolse al Consiglio di Stato la domanda come poteva fare per iniziare ad usare ciò per cui pagò, il Consiglio di Stato fece spallucce dicendo: "se le prenda".
"Martedì 6 maggio 2008, alle ore 11, si è tenuta l’udienza presso il Consiglio di Stato per la vicenda Europa7.
Dal 1999 Francesco Di Stefano è in possesso di tutte le autorizzazioni per esercitare la sua attività di editore televisivo, ma, di fatto, gli viene impedita l’attività da due aziende: una è Mediaset e l’altra è il Governo della Repubblica Italiana.
Per quanto riguarda Mediaset, si ostacola il diritto di Di Stefano a trasmettere occupando, dal ‘99, con Rete 4, le frequenze a lui concesse.
Per quanto è il G.R.I. (Governo Repubblica Italiana), si ostacola l’attività di Di Stefano evitando di consegnargli le frequenze che gli spettano di diritto.
Dal ’99 ad oggi, Di Stefano ha speso circa 120 milioni di euro l’anno per mantenere efficienti i suoi studi televisivi, e ha perso circa 2 miliardi di euro per l’osteggiata possibilità di trasmettere: prezzi da pagare per chi vuol far valere i suoi diritti.
A questo proposito Di Stefano chiede risarcimento allo Stato Italiano. Giustamente.
Si ricorda che, prima la Corte Costituzionale nel 2004, poi la Corte di Giustizia Europea nel 2008 hanno dato ragione a Di Stefano, e in continui appelli hanno sollecitato il G.R.I. a mettere in pratica il diritto Costituzionale dell'imprenditore italiano.
Ma il Governo Italiano non risponde alle sollecitazioni delle Corti e sembra insediare dei principi anticostituzionali promulgando leggi anti-legali. Parlo della legge Gasparri.
Cosa fu la legge Gasparri? Venne studiato dal G.R.I., il decreto Gasp., per evitare che Berlusconi Silvio fosse privato di due delle tre televisioni in suo possesso in quanto in un qualunque Stato democratico - nonostante la democrazia non possa esistere in pratica in nessuno Stato data la sua natura ideale e astratta -, in un qualunque Stato democratico una persona non può possedere più del venti per cento dei media televisivi nazionali. Se poi il cittadino manifesta impieghi nella politica, non può possedere per nulla giornali e televisioni. (Attualmente l'imprenditore - con quali soldi? - Berlusconi Silvio possiede, formalmente, il 42 % delle tv nazionali (Mediaset) più, essendo il Presidente del Consiglio, un altro 42 % (RAI). Il restante 16 % è di proprietà Telecom, di cui gli azionisti maggiori sono Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo, Sintonia - Gruppo Benetton - e Telefonica. Dal conto percentistico estrometto volutamente Mtv seppur sia sempre del gruppo Telecom).
Prima della legge Gasparri, perché il cittadino Berlusconi Silvio potesse mantenere le sue televisioni, si aumentò il numero delle frequenze da dare in concessione. In questo modo, aumentando il numero delle frequenze, il problema del 20% venne aggirato: le frequenze nazionali divennero 15, il venti per cento di quindici è 3, Berlusconi fu salvo.
E qui fu l’arrivo di Di Stefano.
Nel ’99, aumentato da due anni il numero di frequenze e fatta salire la tassa di concessione delle frequenze a livelli spropositati per un "normale cittadino" (12 miliardi di lire, molto più alti di quelli già onerosi della legge dell’87), Di Stefano riuscì ad ottenere nella gara di concessione l'assegnazione di due tra le quindici frequenze in asta. Una di queste fu la frequenza sulla quale, ora, trasmette Rete4.
Berlusconi si ritrovò sorprendentemente minacciato nella sua fetta di oligopolio.
Nonostante la vertiginosa soglia di concessione, non ci si attese che potesse intervenire una persona con le sostanze economiche e documentarie per ottenere le frequenze. Dunque si produsse la legge Gasparri.
Queste legge incluse, tra il numero delle frequenze analogiche, anche le frequenze del digitale terrestre
imponendo una corsa tra le emittenti per acquistare i trasmettitori: chi prima trasmetteva in analogico, ora deve, secondo quanto contenuto nella legge, munirsi obbligatoriamente dell'apparato digitale. Si spendono così enormi capitali per acquistare le gli apparecchi, già di proprietà di altre televisioni, che chiaramente vengono venduti a prezzi esorbitanti.
In più il digitale deve coprire almeno il 50% del suolo nazionale.
Così ci troviamo una Rai che spende più di cento milioni di euro per soddisfare questa legge, pescando i soldi dal canone televisivo; canone che dovrebbe servire per finanziare una editoria di eccellente qualità (?). Per il digitale terrestre c’è inoltre bisogno del decoder, che deve essere, per legge, disponibile in tutti i negozi. Il decoder arriva in tutti i negozi e Silvio Berlusconi, le persone che gli stanno appresso e che per lui decidono, decide di incentivarne le vendite con dei contributi di Stato. Fatta la legge, fatto il guadagno. Il fratello di Silvio Berlusconi, Paolo Berlusconi, possiede l’azienda che costruisce i decoder (Access Media); questa azienda riceve 120 milioni di euro di contributi statali, vale a dire 120 milioni di euro che non andranno nelle casse di ministeri di pubblica utilità, ma vengono dirottati verso le casse dell'azienda di decoder. Berlusconi istituisce un contributo, Berlusconi incassa l'assegno del contributo e gli italiani sono contenti. Buona parte del popolo italiano è infatti soddisfatto di comprare il decoder per il digitale terrestre "a soli 49 euro”, e non si domanda né di chi siano i soldi che finanziano l'azienda produttrice degli apparecchi (soldi suoi) né a chi appartenga tale azienda: tutto ciò ha prodotto la legge Gasparri:
-soppressione dei diritti di un cittadino, Francesco di Stefano;
-sottrazione dei fondi statali per finanziare una ditta privata appartenente ad un governante in carica.
Di fatto, risulta impossibile il reale pluralismo in Italia e si consegna a Berlusconi Silvio la piena facoltà sull’informazione nazionale. Dunque il cittadino Berlusconi può raccontare quello che vuole agli italiani, tanto non c’è nessuno che potrebbe dire il contrario con la stessa autorità.
Gli italiani, che hanno ancora il mito dell’autorità e che, essendo il mezzo televisivo nient’altro che un mezzo autoritario, e che dunque gode sempre dell’attenzione e della stima implicita degli italiani (vale a dire: chi dice le cose ma non va in televisione è un fesso qualunque; chi dice le cose in televisione la sa lunga, anche se dice delle amenità), non fanno che ascoltare quel che hanno da dire Berlusconi e suoi estimatori o detrattori, e non hanno un’altra televisione (autorità) che possa contrastare quel che viene detto. Se ci fosse almeno una televisione nazionale libera da Berlusconi e affaristi (e socialisti e comunisti e "eccetera"), gli italiani, così tanto sedotti dal mito autoritario, potrebbero finalmente godere di un'importante alternativa. E se l’altra televisione fosse diversa nelle sue logiche di trasmissione rispetto all’usuale logica televisiva degli ascolti, gli italiani imparerebbero implicitamente che l’autorità è una forma e l’autorevolezza è una sostanza. Dunque implicitamente il mito dell’autorità si sgretolerebbe.
Di Stefano avrebbe questo ruolo e chiaramente l’autorità di regime lo sa, sa che Di Stefano – la televisione di Di Stefano - potrebbe essere una minaccia alla sua autorità, perciò lo attacca privandolo dei suoi diritti. Pratica storica di ogni regime.
Ora, per tali diritti negati Di Stefano chiede un esoso risarcimento (che personalmente considero ancora troppo poco esoso) costringendo gli italiani, se gli viene accordato, a pagare ciò che è responsabilità dei loro governanti. Inoltre gli italiani dovranno pagare "un altro po’ in più" in vista della multa che si avrà da pagare all’Unione Europea per via proprio della legge Gasparri: se non vengono applicati almeno i principi base del pluralismo, lo Stato Italiano dovrà pagare circa 300.000 euro al giorno partendo dal 2006 fino a quando le televisioni non saranno varie e indipendenti dalla politica.
Gli italiani ancora non comprendono la relazione delle loro scarse buste paga e del quasi nullo ritorno delle tasse con il sistema mediatico, in quanto coltivano implicitamente, come ho scritto, il mito dell’autorità. L'ho scritto: solo gli italiani più maturi, con maggiori cognizioni e prospettive, hanno la qualità di accogliere, ascoltare e magari anche sostenere un perfetto sconosciuto accogliendo le sue ragioni e scansando le proprie; tutti gli altri del perfetto sconosciuto se ne fregano. Tutti gli altri sono la maggioranza.
La rivoluzione "culturale" potrebbe procedere attraverso la riuscita di Di Stefano nella sua impresa di editore.
Per quel che è il risarcimento, pur di continuare indisturbato la sua missione autoritaria il regime attuale sentenzierà a favore di Di Stefano: sarebbe una piccola cosa per il regime pagare più di due miliardi di euro trattandosi dei soldi degli italiani, piuttosto che andare a toccare il proprio sistema mediatico.
Per quel che sono le frequenze, credo che Di Stefano se le possa scordare a meno che il popolo non si sollevi e non intervenga in suo sostegno una forza estranea all’Italia (sempre che la forza estranea non sia pari per sostanza al regime appena cacciato). Ma per sollevarsi il popolo – se esistesse ancora un popolo - dovrebbe essere informato sulle realtà dei fatti, e questo il regime non lo permette tenendo il popolo italiano in un incantesimo, raccontandogli e convincendolo che i problemi dell’Italia sono la criminalità, gli stupri, gli stranieri etc. Proponendosi, lo stesso regime, di risolvere tanti guai che costantemente ricorda agli italiani tramite i suoi mezzi mediatici. Così gli italiani, sedotti dall’incantesimo e convinti davvero che nelle strade e nelle piazze le persone girino con occhi sanguinei e coltelli e bastoni (pur se nonostante la maggioranza di loro, me compreso, non ha mai visto gente che girava in strada impugnando un coltello con la voglia di sventrare chicchessia (tranne per i poliziotti della Diaz)), legittimano il regime consegnando il loro voto a chi del regime si candida a risolvere tali, tremendi problemi.
Il regime, quindi, impaurisce e il regime rassicura. Ciclicamente.
La disfatta del regime - di qualsiasi regime - è la disfatta di ogni autorità e di ogni visione autoritaria del mondo; e la disfatta di ogni autorità è possibile sempre e solo attraverso il mezzo di una logica nuova e diversa, dunque attraverso un nuovo linguaggio. Ogni autorità, ogni regime, invece, tende a preservare lo stesso linguaggio e a omologare tutti sotto una stessa logica e una stessa lingua: perciò l’articolo 6 della Costituzione Italiana fu scritto in tutela delle minoranze linguistiche: per evitare l'insediarsi d'un regime.
Il ruolo di Di Stefano potrebbe essere la logica nuova e diversa, sempre che però non si fermi lì. Intendo dire sempre che un giorno gli uomini - non parlo più degli italiani, ma mi estendo anche agli uomini di altre nazioni - non comprenderanno che davvero esistono tecnologie che ostacolano la convivenza civile: una di queste tecnologie forse s’accorgeranno essere il televisore, e mi auguro che un giorno verrà visto come una sorta di inciampo piuttosto che un'occasione per conoscersi meglio. Proporrei, riabilitando una proposta di Pasolini, un'abolizione temporanea sia di questo strumento che di altre mediazioni, fino a che non si sarà maturi per vederne la trucida essenza.
In conclusione, il regime continua a detrarre, con la più incredibile spudoratezza, le sostanze che gli permettono di sopravvivere dalle buste paga degli italiani, penetrando sempre più nei tessuti di questo sgomento e apatico Paese consegnato, ormai, ai più profondi principi dittatoriali di sistema."