mercoledì 23 maggio 2012

La Morale o la Ragione – ovvero: i “Cattivi” Sentimenti e una Lezione



Non c'è stato un momento in cui i buoni sentimenti abbiano corrisposto in tutto con la ragione.
Le morali, che sono mutevoli periodo per periodo, hanno sempre accolto i buoni sentimenti... Ma, per quanto riguarda la ragione, questa sfida continuamente i giudizi della bontà sentimentale: li sfida nello scoprire ciò che, per superstizione, viene considerato sacro; li sfida nel far risaltare quelle doti che, pur contrarie alle regole morali, contribuiscono nello scoperchiare scatole sigillate; li sfida facendo pagare a molti uomini il costo dello smarrimento:
quando si sta imparando una cosa mai sentita la vertigine è certa.

Ma - e questo è l'esito a cui tende la ragione che sa, in partenza, l'impossibilità di un esito definitivo - ma per questo motivo l'umiltà della ragione è endemica ad essa -, l'esito dei tanti smarrimenti a cui la ragione sottopone gli uomini, è la maggiore comprensione verso ciò che ancora appare oscuro, è cioè l'esaltazione dell'uomo in tutte le sue parti.

Ci si affeziona a quel che è rimasto fino ad ora “senza volto”: questo è una giustificazione per le proprie indolenze o un alibi per le proprie mancanze. Una volta schiarita quella parte in cui ci si infilava sottraendo agli uomini la propria sostanza, rifuggendo cioè da essi e sollazzandosi nella propria “vigliaccheria” o nella propria pigrizia, non può che accadere una cosa: il coraggio si rinforza. La paura, che non trova più gli angoli per germinare, è costretta a ridursi.
Così gli uomini fuoriescono dalle loro caverne e, grati ad un essere immorale (Prometeo rubò il fuoco ad Efesto, ingannò gli Dei: era la ragione umana), apprendono il mondo e, di conseguenza, sé stessi.
Di sbaglio in sbaglio, fino ad aggiungere un tassello alla loro ricchezza che è del tutto conoscitiva, noi, uomini smarriti, conosciamo più suoni di un uomo di duecento anni fa; noi sentiamo molto più e siamo molto più sensibili, perciò il malessere è costante e la realtà è più articolata – così come è costante l'opportunità di una nuova prospettiva, più possibile ora che un tempo. Questo produce la ragione.
E, se per uscire dalle caverne è necessario essere un po' immorali e anche fallire (chi resta nascosto non fallirà mai) beh... benvenuti “cattivi sentimenti”.

martedì 22 maggio 2012

"Non gliel'ho detto per non preoccuparla"


Rimango sconcertato quando sento dire, in seguito a qualche azione discutibile, la frase comune che ho scritto nel titolo di questo post. Mi sembra che ci sia una certa aberrazione nel tacere alla persona che ci sta accanto una questione che, come ogni cosa che ci riguarda individualmente, riguarda anche questa persona; vedo in tale comportamento una mancanza che origina da un senso di superiorità non indagato: “io posso sostenere questa questione ma tu, persona amata, è bene che non sappia nulla...”. Poiché tu sei più debole e meno intelligente di me.

Oltre a calpestare il principio fiduciario che si dovrebbe sottendere tra queste due persone, si stabilisce l'ottusità di un ego che si dichiara latentemente presuntuoso sull'ego altrui. Ma pensare che tale atteggiamento sia riservato soltanto a pochi animi “ottusi” credo che sia un errore. In realtà mi pare che esista un generale illanguidimento per tale atteggiamento: ci si commuove all'idea di alcune persone che, sole, portano il fardello di un problema; e non si riflette se queste persone siano realmente sole. Non è poi così datata la notizia di quell'operaio che ha nascosto a sua moglie una situazione finanziaria molto difficile e che, come risoluzione estrema, ha pensato di suicidarsi; mi sembra nel modo terribile di darsi fuoco. Viene quasi da vergognarsi per questo fatto di cronaca, sia per le condizioni sociali e politiche di un'Italia indifferente che hanno portato un uomo a sfuggire ad un tormento assai peggiore, per lui, del fatto di incendiarsi e morire (ciò riguarda la superficie del fatto), sia per il non aver condiviso con la sua compagna una situazione che, suo malgrado, interessava entrambi (questo è il vero scandalo). Ciò fa vergognare ed arrabbiare, per non dire infuriare sulla formazione degli individui e, di conseguenza, sul complesso della “società”. Credo che siamo ben lontani da quella figura descritta da Dostoevskij, “Stoppa”, che pur vivendo nell'indigenza rifiuta l'aiuto offertogli dal fratello di colui che l'ha offeso pubblicamente. Là, nella Russia dell'ottocento, si suggeriva un senso di orgoglio appartenente ad un popolo assai lontano dal nostro (se il nostro si può ancora chiamare popolo); ma qui c'è qualcosa di più profondo e direi di mostruoso. Significa che qui non si è più in grado di aprirsi e che pur di rispettare una parte si commettono le azioni più inconsapevoli.
Da dove proviene tale aberrazione? Forse che il senso di pressione, di disagio, di smarrimento abbiano vinto sull'avere dei riferimenti solidi, sicuri, precisi - per dirla con Giorgio Gaber? Forse che tutto quello spirito di diniego per ciò che era tradizionale abbia creato questo senso di malessere? Non saprei; non vorrei apparire moralista con queste domande anche se – e questo devo ancora chiarirlo – in un periodo in cui l'unica morale è la rivisitazione di tutte le morali aggiornandole al senso corrente, viene il sospetto che potrebbe nascere un periodo conseguente a questo con delle morali inaccettabili - e forse quel che accade è già un presagio di questo cambiamento.

Per mio credo che sia necessario, se non addirittura urgente, un atto di posizione da parte degli artisti e degli intellettuali; essi, piuttosto che adagiarsi sul compito che dà loro prestigio, potrebbero contravvenire al loro ruolo dimostrando che in realtà l'umanità non ha una forma determinata. È forse chiedere qualcosa di eccessivo in questo gioco dei ruoli partorito da un principio di ordine umano che, per mio, ricorda tanto una prospettiva borghese – e non soltanto borghese?
In fondo si può anche ascoltare Woody Allen, che credo indirettamente si sia affermato per la sventatezza morale... Anche se ha fallito.
Il personaggio da egli così tenacemente interpretato nei suoi film, descritto nell'uomo fisicamente e sentimentalmente non virile, cioè non fascista, non ha attecchito nella riflessione generale. Esse, le persone, hanno riso nel guardare i suoi film... nient'altro: era ciò che ci si attendeva da un film di Woody Allen. Ma della prospettiva di un uomo che può proporsi “non virile” (oggi sentito come un uomo ridicolo e stupido) non intuiscono nulla; eppure quest'uomo è presente e propositivo per la creazione dei diritti: il diritto si produce attraverso la varietà dell'umanità, che dimostra la possibilità di sentimenti progressivi, ma migliaia di persone insistono nel perdere i propri diritti conformandosi al sentimento comune. E su questo credo ci sia da riflettere.

venerdì 2 dicembre 2011

E' ora


Auguri al nuovo feudalesimo.

sabato 18 giugno 2011

Michele Santoro


Oh, s’io avessi allora presagito,
quando m’avventuravo nel debutto,
che le righe con il sangue uccidono,
mi affluiranno alla gola e mi uccideranno.

Mi sarei nettamente rifiutato
di scherzare con siffatto intrigo.
Il principio fu così lontano,
così timido il primo interesse.

Ma la vecchiezza è una Roma
che, invece di ciarle e di ciance,
non prove esige dall’attore
ma una completa, autentica rovina

quando detta una riga, il sentimento
manda uno schiavo sulla scena,
e qui l’arte vien meno,
qui respirano la terra e il fato.*




*Borìs Pasternàk, curata da Angelo Maria Ribellino; Einaudi, Torino (1959).

martedì 14 giugno 2011

RAI


Ancora soffro per l’abominio televisivo, la responsabilità di aver annientata una cultura. La gente che canta gli stornelli, che ti pugnala nel costato e che se ne va ridendo della morte: quest’Italia si è ridotta alle sole pugnalate, tra facce smorte e ragazzini che non sanno più cantare, né ridere, né bestemmiare con la loro carnalità.
Per favore, non si parli ancora di popolo: quel popolo è defunto, grazie ad una madre con gli occhi di metallo e la pietà di un Consiglio di Stato.



venerdì 10 giugno 2011

Destra e Sinistra: sembrerebbe che...


Sembrerebbe che, formalmente, la destra e la sinistra non siano più rappresentate ai gradi governativi. Si trova un’inflazione di questi due termini, che credo siano ormai incomprensibili a tante persone.
In questa scarsezza di prospettive si presuppone il trionfo di un’unica ideologia sulle altre, ma quale sarebbe questa ideologia che è riuscita a sopprimere la destra e la sinistra?
Probabilmente la produzione. Una produzione fondata su una sola prospettiva economica, che è l’espressione di “una sola società possibile”. Corrotti gli ideali, distrutte le aspirazioni, rimane una sola prospettiva: quella dell’assenza degli ideali e della riduzione delle aspirazioni, su cui si fonda “l’unica società possibile”.
La discussione sull’organizzazione sociale, sull’utilità delle carceri - se portino o meno una reale consapevolezza nell’errore umano - ; sulla costipazione e sulla bruttura dell’ingenuo candore prodotte dalla scolarizzazione; sulla pressione delle informazioni che rendono sempre più irretite decine di migliaia di persone; sulla dispersione del tempo attraverso la produzione seriale, atta a spostare l’umanità dal sentire reale al sentire immaginario (la produzione seriale ha reso inerti il giorno e la notte, ha soppresso il tempo umano ed ha leso i diritti sulla sacralità della vita); non si discute. E non se ne discute non solamente nelle stanze formali dei Palazzi - non soltanto italiani -, ma manca la discussione anche nelle strade.
Ed è così che le istanze per un’umanità realmente in progresso sono morte, con la soddisfazione della disfatta umana.


mercoledì 8 giugno 2011

Ora


È indispensabile guardare altrove, costituirsi altrove. Riprendere la propria dignità, opporsi a tutto ciò che viene presentato da organismi cui non si ha avuta parte attiva; rinunciare alle grandi fabbriche, rinunciare ai servizi, staccarsi dalla scolarizzazione, rifiutarsi di indottrinare i propri figli in una corsa alla competizione: è indispensabile guardare a sé stessi, riprendere la terra, ritornare maestri.
Tutto ciò è indispensabile, e ancor di più è indispensabile conoscere il luogo nel quale si vive: non credere a ciò che viene raccontato da organismi responsabili della disfatta umana: telegiornali, reportage, tribune di discussione, che distraggono fatalmente dalle proprie forze rendendo ogni spettatore costretto, irretito, affrancato dalla realizzazione delle sue proprie abilità. Ancora di più è indispensabile confidare nella costruzione di una diversa organizzazione, perché riporti le ore nella loro collocazione naturale. Il regno della produzione seriale, il regno dello spirito finanziario è necessario estinguerlo perché si ripristini il regno dei tempi umani.
La produzione artigianale, il rapporto dei valori di lavoro, ora è interdetto. La comprensione di quel che si prova attraverso la riflessione, la profondità che si ottiene dal privilegio del tempo e della solitudine (non si vuole un uomo solitario: è un dissidente), provoca l’apprendimento di una prospettiva resistente, di raffronto. Ed è qui la garanzia di un rifiuto ora indispensabile. Strapparsi dalle corporazioni, inserirsi negli arti pericolosi della autogestione, produrrà un tremore che riguarderà ogni sfaccettatura delle pratiche umane: ma si stabilirà pure un equilibrio delle forze, atte a restituire agli sconvolgimenti del rammarico e dello smarrimento una sostanza ben più produttiva dello sterile annientamento sociale ora profondamente presente.
Riprendere la terra, ripristinare le proprie pratiche d’inventiva e di coraggio: questo è il corso da intraprendere, senza scordare le conquiste riguardanti un’umanità differente dall’umanità odierna.


domenica 5 giugno 2011

Critical culturik - critica della cultura


La cultura non dà da sfamare,
ma insegna a mangiare meglio.


sabato 4 giugno 2011

Libertà


Nella dismissione della scolarizzazione di massa.
Nella dismissione della produzione seriale.
Nella dismissione delle mediazioni.


domenica 20 giugno 2010

Libertà


Credo che più che la solitudine, che può servire per trovare soluzioni migliori ai propri problemi attraverso la riflessione, ciò che rende le persone a disagio sia l'isolamento, la mortificazione, l'impossibilità di partecipare alle cose che le riguardano.

Il mio suggerimento è di guardare senza troppa serietà a ciò che viene proposto da organismi cui non si ha avuta parte attiva ed i quali non hanno domandato il parere di nessuno.
Forse, allora, le persone riprenderanno quel coraggio di costituirsi da sé, di rischiare, di rinunciare ad una comodità per trovare qualcosa che conta di più.


venerdì 4 giugno 2010

Povera gente


È grottesco che migliaia di persone, operai e impiegati, manifestino per il proprio lavoro. Alcuni, nei casi più penosi, arrivano a digiunare, a trascorrere ore ed ore sui tetti roventi o gelati delle “loro” fabbriche, a tagliarsi il petto e le braccia con lamette affilatissime o a bruciarsi con la benzina.

Essi gridano che devono mantenere la propria famiglia, i propri figli, intanto si sono affidati con una colpevole leggerezza nelle mani di chi?, pensando a cosa? Che esistesse un apparato che li portasse in prima classe, che naturalmente costa solamente sulle spalle dei disgraziati, degli scartati per eccellenza, delle reali elites umane, cioè degli emarginati di tutti i paesi.

Questi operai non sono stati in grado di costituirsi da sé ed ora si lamentano che perdono il lavoro.

Non sono soddisfatti dell'infelicità che li ha corrotti, e che spargono scontenti su chi non è civilizzato, e mendicano un consenso.

Così delegano l’educazione dei propri figli ad apparati più incompetenti della famiglia stessa, che è il luogo della prima sofferenza; ed i loro figli, imbecilli come i padri, protestano in favore degli apparati che li rendono sempre più infelici, sempre più cattivi.

Ma quali operai:

si ritirano ogni giorno, un'immonda serie di ore al giorno, in luoghi di reclusione per contribuire alla soppravvivenza della civiltà, arrogante e strafalciona, che li preme;

e soddisfano le missioni umanitarie con l'una tantum dell'euro via sms per esportare l'infelicità che li governa.

Complimenti.


giovedì 20 maggio 2010

Vendola


Di fronte all’immagine di una Chiesa protetta da guardie e, come li ha chiamati il governatore della Puglia Nichi Vendola, “gorilla”, questi ha dichiarato durante la trasmissione Annozero del 20 maggio 2010:

«Se tornasse Gesù Cristo credo che avrebbe una reazione rabbiosa verso questo scempio. Penso che sia blasfemo.»

Però, dottor Vendola, è pure blasfemo usare il Cristo per affermare una propria opinione.


mercoledì 19 maggio 2010

Fotovoltaico e Sviluppo


Sono campagne suicide quelle legate allo sviluppo ecosostenibile. Tutti i materiali per produrre un pannello fotovoltaico da dove provengono?, cosa è necessario per realizzarne tanti da soddisfare l’intero occidente? E, cosa più importante, dov’è l’umanità in tutto questo?
In realtà il cosiddetto “avvicinarsi alla natura” attraverso la tecnologia è una perversione così come è una perversione l’istruzione di massa: in questo modo si toglie la libertà agli uomini, li si assume in un sistema dove essi, gli uomini, devono sentire per ciò che il sistema insegna.

C’è qualcosa di perverso in tutto ciò, che si rifletterà nella vita particolare di questi uomini, premuti ormai da un organismo che li impiega in un sistema che non permetterebbe loro di parlare e di sentire per quella che è la loro parte reale.
Ed ora si è sempre più isolati.


venerdì 7 maggio 2010

Al riguardo degli italiani e di Smerdjakòv


Ormai gran parte del popolo italiano “intellettuale” è caduto in pentola. I più dei blogger di protesta o di resistenza, quasi tutti composti da universitari, laureandi o laureati, ripubblicano notizie già pubblicate, le rimpastano e le divulgano copiandole da organismi cui difficilmente avranno parte attiva. Tutto ciò aumenta il raggio della pentola nella quale ogni blogger, parlando quasi esclusivamente di quelle notizie, attesta il proprio bisogno di caderci dentro. Non si interesserebbero mai, questi giovani lettori di non Vangeli, di lacinie fiorite; non seguirebbero mai un blog che tratti argomenti diversi dal tam tam generale. E se le lacinie dovessero comparire tra gli argomenti mediatici che vanno per la maggiore, subito andrebbero a cercarne il significato facendosi una cultura che non è conoscenza, cioè ciò che proviene da una curiosità naturale e spontanea, ma un insieme di nozioni da usare per incalzare ancora di più la discussione corrente.

Insomma, per non ritrovarsi esclusi i blogger di resistenza vivono in un’ansia da conformismo, che credo li rovinerà tutti.
Come non comprendere la sostanza di ogni resistenza, che consiste negli interessi più vari; perché non capire che il contributo alla varietà, che porta difficoltà e liberazione, passa attraverso l'insegnamento di una maglia rasata, la preparazione di una permacoltura, lo studio di un’opera di un Tolstoij o dell’erotismo epico contenuto in quell’opera. Ma questo popolo non capisce, non ha interessi se non verso il suono dell’unica campana che li richiama alla tastiera ed allo spendere le proprie forze verso ciò che è campano. Probabilmente ignora quelle due cose che ho scritto qui sopra e intanto continua a ripetere ciò che si vuole venga ripetuto, proprio come un insieme di pecore. Scusatemi la parola usata.

Possibile che non ci sia un po’ di coraggio tra questi "blogger"?
È necessario andare all’estero o negli angoli più appartati della nostra Nazione per trovare uomini che coltivano le loro curiosità, senza fissazioni astratte né puerili appartenenze: questi “uomini all’estero” sarebbero e sono le pecore nere della società, che in una democrazia dovrebbero essere incentivate, protette, soddisfatte se si vuole che si generi un movimento progressivo nella varietà di socializzazioni cui la stessa società dovrebbe garantire. Questi stranieri nel loro Paese sono uomini e donne isolati, che naturalmente non trovano un apparato che li compartecipi del luogo in cui abitano. Qui, in Italia - e forse altrove -, non esiste governo e pochissime persone riescono a conquistare la prospettiva d’un uomo e di una donna che si affacciano guardando con serena contemplazione, con fiducia e con forza misconosciuta agli uomini, il presente.
In Italia è l’anarchia, non l’Anarchia del senso colto di Kropotkin, o di Bakunin, o di Proudhon, l'Anarchia nobile che rende l'uomo libero attraverso la consapevolezza delle proprie forze e delle forze altrui, ma nel senso volgare di confusione e violenza, che agisce nell’annientamento delle individualità. Qui è il conformismo più crudele, più assassino.

Un italiano possiederebbe certamente un carattere speciale, estremamente coraggioso, nel momento in cui lasciasse la sua casa per scoprirne un’altra - e forse la casa “definitiva” non la scoprirà mai, ma questo dovrebbe essere lui a dirlo. Al contrario, gran parte degli italiani non ha mai abbandonato la propria casa e, quel che è peggio, è che non l’hanno mai conosciuta: questo sono gli italiani, dei domestici vanitosi e cialtroni, che si uccidono e si imbrogliano: proprio come una popolazione composta di tanti Smerdjakòv, con l’unica eccezione che Smerdjakòv non rubava - nonostante sapesse cucinare benissimo: proprio come gli italiani.


giovedì 6 maggio 2010



lunedì 12 aprile 2010

Produzione Seriale - Devastazione Sociale


La produzione seriale non può che alimentare ed esagerare l’istinto della distruzione.
Poiché ogni merce prodotta può essere replicata a piacere, la merce viene eticamente concesso distruggerla: “tanto ve n’è un’altra identica a questa”. Nessuno stupore, quindi, se gli oggetti non godono di lunga vita e se esiste un umore vandalico che abbraccia persino oggetti ‘d’altri tempi’.
Questo è un naturale effetto d’un mondo centrato sull’idea del produrre serialmente, che riaffiora e promuove l’istinto della distruzione.

Ma l’effetto più sottile della produzione seriale consiste nell’analogia uomo-merce. L’uomo somiglierebbe a ciò che crea; uomini impiegati nella produzione seriale non potranno che mutare la loro condizione esistenziale in una condizione seriale: del tutto gemelli gli uni agli altri, non più unici e irripetibili, ma identici e sostituibili, tra essi si porranno con la stessa stima con cui si pongono verso ciò che producono, con l’identica leggerezza in quanto ‘un uomo vale l’altro’, condannando la loro esistenza a cicli ripetitivi, dunque statici, del tutto simili alla morte.

Questi uomini subiranno la morte in vita, la morte in ogni loro azione, pensiero, amore. Condannati ad esistere in un luogo che ha perso ogni vitalità ed ogni interesse per loro, ormai sconfitti in un inesauribile isolamento, si distruggeranno cozzando l’uno contro l’altro come sfere identiche in una scatola dalla quale non possono uscire:

Qui è l’effetto della produzione seriale, dell’idea di tale produzione.

Si permetta piuttosto che ogni uomo crei pezzi unici: a questo punto anche gli uomini, ogni uomo, sarà unico. La socialità, la "civiltà", sarà civiltà di conseguenza: una normale e reale organizzazione per gli uomini e non per le loro idee, che paiono somigliare a ‘scombinati ululati nel deserto’, talvolta sterili e talvolta annichilenti. Inoltre l’istinto della distruzione, che per scatenarsi si serve sempre di ciò che pare inutile e falso, potrà essere controllato, preparando gli uomini alla consapevolezza, al pieno governo su se stessi, sulla loro parte primitiva che, oggi, combinata e in contrasto con aspirazioni di potere crea uomini confusi, e perciò violenti.


lunedì 5 aprile 2010

Decoder - Gasparri - Berlusconi - "Delitto Di Stefano"


Per causa di "eterna attualità", ripropongo l'articolo già pubblicato a suo tempo (giugno 2008) su un mio blog che è scomparso qualche mese fa. Ricordo che Rete 4 trasmette sulle frequenze che in realtà sono state concesse ad un editore che si chiama Francesco Di Stefano. L'emittente di questo signore si dovrebbe chiamare Europa 7. Per questo motivo sono nate delle controversie tra Di Stefano e Mediaset, e Di Stefano e lo Stato Italiano. Nell'articolo si spiega quando e come Francesco Di Stefano ottenne le frequenze che Rete 4 non volle liberare.
Una cosa ancora: quando Di Stefano, nonostante le cause vinte, rivolse al Consiglio di Stato la domanda come poteva fare per iniziare ad usare ciò per cui pagò, il Consiglio di Stato fece spallucce dicendo: "se le prenda".


"Martedì 6 maggio 2008, alle ore 11, si è tenuta l’udienza presso il Consiglio di Stato per la vicenda Europa7.
Dal 1999 Francesco Di Stefano è in possesso di tutte le autorizzazioni per esercitare la sua attività di editore televisivo, ma, di fatto, gli viene impedita l’attività da due aziende: una è Mediaset e l’altra è il Governo della Repubblica Italiana.
Per quanto riguarda Mediaset, si ostacola il diritto di Di Stefano a trasmettere occupando, dal ‘99, con Rete 4, le frequenze a lui concesse.
Per quanto è il G.R.I. (Governo Repubblica Italiana), si ostacola l’attività di Di Stefano evitando di consegnargli le frequenze che gli spettano di diritto.
Dal ’99 ad oggi, Di Stefano ha speso circa 120 milioni di euro l’anno per mantenere efficienti i suoi studi televisivi, e ha perso circa 2 miliardi di euro per l’osteggiata possibilità di trasmettere: prezzi da pagare per chi vuol far valere i suoi diritti.
A questo proposito Di Stefano chiede risarcimento allo Stato Italiano. Giustamente.
Si ricorda che, prima la Corte Costituzionale nel 2004, poi la Corte di Giustizia Europea nel 2008 hanno dato ragione a Di Stefano, e in continui appelli hanno sollecitato il G.R.I. a mettere in pratica il diritto Costituzionale dell'imprenditore italiano.
Ma il Governo Italiano non risponde alle sollecitazioni delle Corti e sembra insediare dei principi anticostituzionali promulgando leggi anti-legali. Parlo della legge Gasparri.
Cosa fu la legge Gasparri? Venne studiato dal G.R.I., il decreto Gasp., per evitare che Berlusconi Silvio fosse privato di due delle tre televisioni in suo possesso in quanto in un qualunque Stato democratico - nonostante la democrazia non possa esistere in pratica in nessuno Stato data la sua natura ideale e astratta -, in un qualunque Stato democratico una persona non può possedere più del venti per cento dei media televisivi nazionali. Se poi il cittadino manifesta impieghi nella politica, non può possedere per nulla giornali e televisioni. (Attualmente l'imprenditore - con quali soldi? - Berlusconi Silvio possiede, formalmente, il 42 % delle tv nazionali (Mediaset) più, essendo il Presidente del Consiglio, un altro 42 % (RAI). Il restante 16 % è di proprietà Telecom, di cui gli azionisti maggiori sono Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo, Sintonia - Gruppo Benetton - e Telefonica. Dal conto percentistico estrometto volutamente Mtv seppur sia sempre del gruppo Telecom).

Prima della legge Gasparri, perché il cittadino Berlusconi Silvio potesse mantenere le sue televisioni, si aumentò il numero delle frequenze da dare in concessione. In questo modo, aumentando il numero delle frequenze, il problema del 20% venne aggirato: le frequenze nazionali divennero 15, il venti per cento di quindici è 3, Berlusconi fu salvo.
E qui fu l’arrivo di Di Stefano.
Nel ’99, aumentato da due anni il numero di frequenze e fatta salire la tassa di concessione delle frequenze a livelli spropositati per un "normale cittadino" (12 miliardi di lire, molto più alti di quelli già onerosi della legge dell’87), Di Stefano riuscì ad ottenere nella gara di concessione l'assegnazione di due tra le quindici frequenze in asta. Una di queste fu la frequenza sulla quale, ora, trasmette Rete4.
Berlusconi si ritrovò sorprendentemente minacciato nella sua fetta di oligopolio.
Nonostante la vertiginosa soglia di concessione, non ci si attese che potesse intervenire una persona con le sostanze economiche e documentarie per ottenere le frequenze. Dunque si produsse la legge Gasparri.
Queste legge incluse, tra il numero delle frequenze analogiche, anche le frequenze del digitale terrestre
imponendo una corsa tra le emittenti per acquistare i trasmettitori: chi prima trasmetteva in analogico, ora deve, secondo quanto contenuto nella legge, munirsi obbligatoriamente dell'apparato digitale. Si spendono così enormi capitali per acquistare le gli apparecchi, già di proprietà di altre televisioni, che chiaramente vengono venduti a prezzi esorbitanti.
In più il digitale deve coprire almeno il 50% del suolo nazionale.
Così ci troviamo una Rai che spende più di cento milioni di euro per soddisfare questa legge, pescando i soldi dal canone televisivo; canone che dovrebbe servire per finanziare una editoria di eccellente qualità (?). Per il digitale terrestre c’è inoltre bisogno del decoder, che deve essere, per legge, disponibile in tutti i negozi. Il decoder arriva in tutti i negozi e Silvio Berlusconi, le persone che gli stanno appresso e che per lui decidono, decide di incentivarne le vendite con dei contributi di Stato. Fatta la legge, fatto il guadagno. Il fratello di Silvio Berlusconi, Paolo Berlusconi, possiede l’azienda che costruisce i decoder (Access Media); questa azienda riceve 120 milioni di euro di contributi statali, vale a dire 120 milioni di euro che non andranno nelle casse di ministeri di pubblica utilità, ma vengono dirottati verso le casse dell'azienda di decoder. Berlusconi istituisce un contributo, Berlusconi incassa l'assegno del contributo e gli italiani sono contenti. Buona parte del popolo italiano è infatti soddisfatto di comprare il decoder per il digitale terrestre "a soli 49 euro”, e non si domanda né di chi siano i soldi che finanziano l'azienda produttrice degli apparecchi (soldi suoi) né a chi appartenga tale azienda: tutto ciò ha prodotto la legge Gasparri:
-soppressione dei diritti di un cittadino, Francesco di Stefano;
-sottrazione dei fondi statali per finanziare una ditta privata appartenente ad un governante in carica.

Di fatto, risulta impossibile il reale pluralismo in Italia e si consegna a Berlusconi Silvio la piena facoltà sull’informazione nazionale. Dunque il cittadino Berlusconi può raccontare quello che vuole agli italiani, tanto non c’è nessuno che potrebbe dire il contrario con la stessa autorità.
Gli italiani, che hanno ancora il mito dell’autorità e che, essendo il mezzo televisivo nient’altro che un mezzo autoritario, e che dunque gode sempre dell’attenzione e della stima implicita degli italiani (vale a dire: chi dice le cose ma non va in televisione è un fesso qualunque; chi dice le cose in televisione la sa lunga, anche se dice delle amenità), non fanno che ascoltare quel che hanno da dire Berlusconi e suoi estimatori o detrattori, e non hanno un’altra televisione (autorità) che possa contrastare quel che viene detto. Se ci fosse almeno una televisione nazionale libera da Berlusconi e affaristi (e socialisti e comunisti e "eccetera"), gli italiani, così tanto sedotti dal mito autoritario, potrebbero finalmente godere di un'importante alternativa. E se l’altra televisione fosse diversa nelle sue logiche di trasmissione rispetto all’usuale logica televisiva degli ascolti, gli italiani imparerebbero implicitamente che l’autorità è una forma e l’autorevolezza è una sostanza. Dunque implicitamente il mito dell’autorità si sgretolerebbe.
Di Stefano avrebbe questo ruolo e chiaramente l’autorità di regime lo sa, sa che Di Stefano – la televisione di Di Stefano - potrebbe essere una minaccia alla sua autorità, perciò lo attacca privandolo dei suoi diritti. Pratica storica di ogni regime.
Ora, per tali diritti negati Di Stefano chiede un esoso risarcimento (che personalmente considero ancora troppo poco esoso) costringendo gli italiani, se gli viene accordato, a pagare ciò che è responsabilità dei loro governanti. Inoltre gli italiani dovranno pagare "un altro po’ in più" in vista della multa che si avrà da pagare all’Unione Europea per via proprio della legge Gasparri: se non vengono applicati almeno i principi base del pluralismo, lo Stato Italiano dovrà pagare circa 300.000 euro al giorno partendo dal 2006 fino a quando le televisioni non saranno varie e indipendenti dalla politica.
Gli italiani ancora non comprendono la relazione delle loro scarse buste paga e del quasi nullo ritorno delle tasse con il sistema mediatico, in quanto coltivano implicitamente, come ho scritto, il mito dell’autorità. L'ho scritto: solo gli italiani più maturi, con maggiori cognizioni e prospettive, hanno la qualità di accogliere, ascoltare e magari anche sostenere un perfetto sconosciuto accogliendo le sue ragioni e scansando le proprie; tutti gli altri del perfetto sconosciuto se ne fregano. Tutti gli altri sono la maggioranza.
La rivoluzione "culturale" potrebbe procedere attraverso la riuscita di Di Stefano nella sua impresa di editore.
Per quel che è il risarcimento, pur di continuare indisturbato la sua missione autoritaria il regime attuale sentenzierà a favore di Di Stefano: sarebbe una piccola cosa per il regime pagare più di due miliardi di euro trattandosi dei soldi degli italiani, piuttosto che andare a toccare il proprio sistema mediatico.
Per quel che sono le frequenze, credo che Di Stefano se le possa scordare a meno che il popolo non si sollevi e non intervenga in suo sostegno una forza estranea all’Italia (sempre che la forza estranea non sia pari per sostanza al regime appena cacciato). Ma per sollevarsi il popolo – se esistesse ancora un popolo - dovrebbe essere informato sulle realtà dei fatti, e questo il regime non lo permette tenendo il popolo italiano in un incantesimo, raccontandogli e convincendolo che i problemi dell’Italia sono la criminalità, gli stupri, gli stranieri etc. Proponendosi, lo stesso regime, di risolvere tanti guai che costantemente ricorda agli italiani tramite i suoi mezzi mediatici. Così gli italiani, sedotti dall’incantesimo e convinti davvero che nelle strade e nelle piazze le persone girino con occhi sanguinei e coltelli e bastoni (pur se nonostante la maggioranza di loro, me compreso, non ha mai visto gente che girava in strada impugnando un coltello con la voglia di sventrare chicchessia (tranne per i poliziotti della Diaz)), legittimano il regime consegnando il loro voto a chi del regime si candida a risolvere tali, tremendi problemi.
Il regime, quindi, impaurisce e il regime rassicura. Ciclicamente.
La disfatta del regime - di qualsiasi regime - è la disfatta di ogni autorità e di ogni visione autoritaria del mondo; e la disfatta di ogni autorità è possibile sempre e solo attraverso il mezzo di una logica nuova e diversa, dunque attraverso un nuovo linguaggio. Ogni autorità, ogni regime, invece, tende a preservare lo stesso linguaggio e a omologare tutti sotto una stessa logica e una stessa lingua: perciò l’articolo 6 della Costituzione Italiana fu scritto in tutela delle minoranze linguistiche: per evitare l'insediarsi d'un regime.
Il ruolo di Di Stefano potrebbe essere la logica nuova e diversa, sempre che però non si fermi lì. Intendo dire sempre che un giorno gli uomini - non parlo più degli italiani, ma mi estendo anche agli uomini di altre nazioni - non comprenderanno che davvero esistono tecnologie che ostacolano la convivenza civile: una di queste tecnologie forse s’accorgeranno essere il televisore, e mi auguro che un giorno verrà visto come una sorta di inciampo piuttosto che un'occasione per conoscersi meglio. Proporrei, riabilitando una proposta di Pasolini, un'abolizione temporanea sia di questo strumento che di altre mediazioni, fino a che non si sarà maturi per vederne la trucida essenza.
In conclusione, il regime continua a detrarre, con la più incredibile spudoratezza, le sostanze che gli permettono di sopravvivere dalle buste paga degli italiani, penetrando sempre più nei tessuti di questo sgomento e apatico Paese consegnato, ormai, ai più profondi principi dittatoriali di sistema."


giovedì 1 aprile 2010

Conduttori e spettatori


Che si constati, forse con soddisfazione, che la trasmissione
ha tanti milioni di persone...
E' gravissimo.
Una moltitudine di uomini rinchiusi
come in carceri silenziose
dove forse si muore
non è un onore.